Con questo post mi addentro in un territorio pericoloso, me ne rendo conto. Partiamo da qui: si parla di haters continuamente, ma per chi fosse nuovo del mestiere, facciamo un piccolo recap.

Treccani ci fornisce una definizione abbastanza estrema, che però rende bene l’idea:

hater s. m. e f. Chi, in Internet e in particolare nei siti di relazione sociale, di solito approfittando dell’anonimato, usa espressioni di odio di tipo razzista e insulta violentemente individui, specialmente se noti o famosi, o intere fasce di popolazione (stranieri e immigrati, donne, persone di colore, omosessuali, credenti di altre religioni, disabili, ecc.). ♦ Ora l’odio virtuale sposa la struttura del social network.

Treccani

Il mio racconto, tuttavia, non parlerà di come gestire l’odio gratuito sui social network, o di come sopravvivere a shitstorm di qualsivoglia genere. Semplicemente, oggi mi è stata posta una domanda importante in direct su Instagram, e per tutto il giorno mi sono arrovellata sulla questione.

La domanda era questa:

“Come faccio a capire quando è arrivato il momento di mollare? Di chiudere tutto? Come capisco se ho fallito?”

La risposta definitiva ad una domanda del genere non esiste. Il successo o il fallimento di un business sono questioni talmente delicate e soggettive da richiedere un’analisi approfondita del singolo caso.

Puoi decidere di chiudere la tua attività perché:

  • Non guadagni abbastanza
  • Ti rendi conto di aver sbagliato strada
  • Non sei felice
  • Il mercato è cambiato
  • La tua idea è obsoleta
  • Varie ed eventuali, all’infinito

C’è però dell’altro. Molti decidono di chiudere perché sentono di non fare abbastanza. Di non guadagnare abbastanza. Di non avere abbastanza successo.

Abbastanza per loro, però. Perché, a volte, i guadagni, le idee, l’impegno, sono abbastanza per vivere dignitosamente. Ma questo, a volte, non basta.

Magari il mercato non è cambiato. La richiesta è sempre la stessa. I guadagni sono costanti. Però non c’è crescita. Il business non scala e il lavoro diventa ripetitivo, monotono, insoddisfacente.

Chi decide di chiudere per questa ragione, non ha fallito. Ha solo preso una decisione: quella di cambiare strada.

Lo fanno, tutti i giorni: liberi professionisti, piccole e medie aziende, grandi realtà imprenditoriali.

Quando decidi invece di ribaltare la tua idea e renderla diversa, si parla di pivot. Un radicale cambio di strategia.

Quindi: quando scegli di chiudere la tua partita IVA o la tua società, e cambiare completamente lavoro, stai chiudendo. Ma non è detto che tu abbia fallito. Semplicemente, hai deciso di cambiare vita, e non c’è nulla di male. L’alternativa è rivedere la strategia, senza necessariamente chiudere tutto.

Perché ho cominciato questo articolo parlando di haters? In che modo la domanda che mi è stata posta si collega a questa figura terrificante?

Ora, leggete qui:

Nel 2016 pubblicavo un video di 30 minuti su “come diventare freelance” sul mio canale Youtube. Il video, ad oggi, più visualizzato del mio canale. Due anni dopo spuntava nella sezione dei commenti questa poesia stilnovista, scritta da un profilo chiaramente fake, con un nome che davanti aveva “dolce”. Di dolce, questo commento (e quelli che sarebbero arrivati dopo) non aveva nulla.

Avrei tanto voluto rispondere a tono. Fare una bella analisi del testo e raccontare la mia, di verità. Perché nessuno ha il diritto di definirmi senza conoscere la mia vera storia (intima e privata, finché non sarò io a decidere diversamente).

Non ne ho mai parlato pubblicamente, ma durante la mia carriera ho incontrato innumerevoli haters che mi si sono scagliati addosso ad ogni occasione possibile. Quasi sempre in privato. Questo, però, se ne stava lì: un muro di parole orribili sotto ad un video che avevo girato per aiutare gli altri.

Ricordo bene la sensazione: mi sono interrogata per ore, giorni e settimane. Ho riguardato il video all’infinito, analizzando ogni parola pronunciata e ripetendomi “potevo dirlo meglio”, “qui sono stata superficiale”, “forse dovrei renderlo privato”, “ho dato l’impressione sbagliata”. Ma la cosa che ricordo con più forza è quel momento in cui, dopo aver elencato mentalmente tutte le cose che potevo aver sbagliato, mi sono detta “forse ha ragione. Forse non valgo niente”.

Ho stampato quel commento e l’ho riletto spesso. Perché, proprio qualche settimana dopo, ho fatto il mio primo pivot, anche se ai tempi non conoscevo il significato di questa parola.

L’ho fatto quando mi sono resa conto che il vero hater, ero sempre stata io. Era bastato un commento aggressivo per farmi dubitare di me, del mio lavoro, del mio progetto. Erano bastate delle parole colorite a farmi vacillare.

Perché, vacillavo? Perché, sentivo di aver fallito, trasformando completamente il mio lavoro? E soprattutto, perché credevo ad ogni cattiveria che sentivo? Sotto ai miei video, e nella mia testa?

Ve lo dico io, quando potrete essere certi di aver fallito. Fallirete quando davanti ad un giudizio prepotente, inatteso, scortese (vostro o di qualcun altro) vacillerete, e poi mollerete.

Badate bene: le critiche costruttive e i feedback vi faranno sempre vacillare ma se imparate ad accoglierli saranno spunti per reinventarvi con entusiasmo.

Le parole degli haters, invece, sono una cosa ben diversa.

E l’hater peggiore che può capitarvi: siete voi.

Se volete sopravvivere come freelance dovete imparare a convivere con il giudizio costante che avete sul vostro lavoro. Sulle parole di odio che vi ripetete spesso, soprattutto quando il gioco si fa duro. Imparate a riconoscere quei momenti di cattiveria gratuita e poi imparate a lasciar scivolare via quelle parole. Gli haters adorano avere il potere sui vostri stati d’animo. Aspettano con bramosia risposte cariche di odio, contrattacchi. Quando vi vedono deboli, attaccano più forte.

Se volete sopravvivere come freelance, non dovete mai sanguinare davanti agli squali (diceva Dan Peterson), anche quando gli squali siete voi.

Rispondete con cortesia a quella voce, nella vostra testa, che vi dice “non vali nulla. Chiudi tutto”.

Se credete ancora nel vostro progetto, se lo amate, non c’è ragione per non fare quel pivot.

In conclusione, per dare una risposta a quella domanda: capirete di aver fallito quando deciderete di chiudere tutto, anche se esiste quella possibilità, e solo perché avete paura di sbagliare.

Se amate il vostro progetto ma state arrancando, ribaltate la prospettiva, ma vi prego, ora più che mai, cercate di non mollare.


Se invece è “solo” un periodo difficile, potresti aver bisogno di questo articolo del blog.