Ci siamo presi una pausa dal blog, un mese, per essere precisi. Di solito gennaio è il mese dei nuovi inizi, lo sappiamo, ma per noi è stato un mese di silenzio, raccoglimento, ricerca e analisi.

Qualcuno ci ha chiesto “ma come, avete appena cominciato e già chiudete?”. No, non chiudiamo affatto, macché.

La verità è che ogni tanto il silenzio nasconde un gran rumore, ed è tutto nel backstage.

Chi sta fuori non lo sente ma dentro, dietro le porte del Club, a gennaio c’è stato un gran bel trambusto.

La verità è anche che quando ho lanciato il Juice for Breakfast Club, il 9 settembre 2020, l’ho fatto senza un piano a lungo termine. L’idea è arrivata in una calda notte di luglio, sul terrazzino della mia casa-studio.

Il primo lockdown mi aveva scombussolato la vita, i piani, il lavoro. Mi trascinavo dal letto alla scrivania ogni giorno con l’entusiasmo di una scarpiera. Poi, una notte, complice il vento che definisco “di cambiamento” (quello che soffia impetuoso all’improvviso e ti ruba il cappello, ti ribalta l’ombrello e ti alza la gonna), mi sono ritrovata a riempire un quaderno intero di idee, parole, immagini. Sono andata a letto all’alba abbracciando quel cuscino di fogli, pensando “ce l’ho, è lei”. Sulla copertina c’era scritto solo “Club”.

Sapevo:

  • Cosa volevo fare: creare un luogo online interamente dedicato ai freelance. Blog + spazio per consulenze.
  • Con chi volevo farlo: una lista di amici e liberi professionisti che stimo infinitamente (vedi la pagina del nostro team).
  • Per quanto tempo volevo farlo: per sempre, indicativamente.
  • Come volevo farlo: con 1) un blog 2) una newsletter 3) un canale Instagram.
  • E, soprattutto, perché volevo farlo: per dare vita ad una community di freelance in grado di supportarsi, vicendevolmente, in questo momento di paura ed incertezza.

E voi direte “beh, sapevi tutto”.

In realtà non sapevo che la calma apparente dell’estate sarebbe stata stravolta, nuovamente, dalla seconda ondata. Che ci saremmo ritrovati, di nuovo, confinati in casa. Che il lavoro avrebbe risentito, again, delle condizioni sfavorevoli del mercato. Che, in buona sostanza, il casino era ben lontano dall’essere finito.

E non sapevo che questa cosa avrebbe ribaltato, ancora una volta, tutte le mie certezze.

Non è stato facile. Avevo tra le mani questa meravigliosa idea in cui credevo, ma ogni minuto della mia giornata era dedicato ai miei clienti. La paura di “perdere il lavoro” (perdere clienti, progetti, fatturato) era un pensiero invalicabile, tirannico e distruttivo. Continuavo a pensare, ossessivamente, “devo lavorare di più / non posso fermarmi / devo trovare nuovi clienti / devo mettermi ai ripari / devo risparmiare”. Devo, devo, devo. Non potevo concedermi lo sfarzo di fare qualcosa di mio, per me. Non potevo lasciare spazio ai sogni, non più.

Alla fine della giornata lavorativa guardavo la to-do list del Club abbandonata sul precipizio della scrivania e pensavo “ecco. Anche oggi non ho combinato nulla”.

Riuscivo solo a pensare “non c’è tempo per questo, ora.”

Più lo ripetevo, più l’idea del fallimento si concretizzava. A pensarci bene (ma riesco a pensarlo solo ora, a mente lucida), se avessi utilizzato il tempo che passavo a distruggere l’idea per creare qualcosa, ora il blog avrebbe il doppio dei contenuti.

Ciò che vedo con chiarezza oggi, è che per capire come portare avanti l’idea con lo stesso entusiasmo che avevo all’inizio, avevo bisogno di rompere gli schemi. Abbandonare il piano editoriale. Bruciare la to-do list. Demolire le aspettative e tornare all’inizio, tornare a quel perché.

Così, ho fatto quello che so fare meglio: un bootcamp.

Ne faccio uno all’anno, ne parlo spesso quando succede e, di solito, ne esco diversa, cresciuta, più consapevole. E, soprattutto, ne esco carica a molla.

Un mese di silenzio radio. Uno, due, tre quaderni. Ricerca, chiacchierate sparse, confronto con i miei collaboratori. Post-it ovunque. Libri, video, film sui temi collegati all’attività. Ho preso il mio workbook per freelance, Pizza Funnel, e l’ho riempito di domande, risposte, piani e disegni. Una trasformazione lenta e silenziosa per rimettere a fuoco il mio biggest why.

Non so individuare il momento preciso in cui ho invertito i tasti dell’interruttore e ho riacceso tutto. Però è successo, come speravo.

Prendere le distanze (fisiche ed emotive) da un progetto, a volte, è l’occasione per renderti conto di quanto sia grande. Solo quando lo guardi da lontano ti rendi conto della sua forma per intero. Lo osservi e pensi “ah, però. Sembra ancora più bello, da qui.”

Quindi no. Il mio, il nostro silenzio, non era il preludio per un abbandono. Al contrario, era l’ouverture per l’inizio dello spettacolo, quello vero.

Vi avviso: potremmo essere disordinati, incostanti, a volte stravaganti nelle scelte comunicative. Ma fa tutto parte di quel grande perché. Perché vogliamo sentirci liberi, in un luogo che abbiamo costruito per farvi sentire meno soli.

Dopo questo bootcamp non abbiamo un piano editoriale inattaccabile. Non abbiamo una strategia di marketing invincibile. I sogni non sono mai perfetti e gli obiettivi, oggi, sono mutevoli più che mai.

Una cosa, però, c’è ora e ci sarà sempre: condivideremo con voi tutto ciò che può aiutarci, concretamente, a ricostruire le fondamenta del nostro lavoro. Vi daremo tutto ciò che abbiamo. Le parole, le immagini, i sogni, i perché. Perché anche voi possiate, ad un certo punto, guardare il vostro sogno da lontano ed esclamare: “ammazza. Che panorama. Col cavolo che lo abbandono in mezzo alle bombe.”

Ricominciamo da qui, quindi. Tutti insieme. Stanchi, ammaccati. Però gli occhi continuano a brillare e il mondo, insieme, fa un po’ meno paura.

Per voi è ok?

Ok.